Restando sempre all’interno delle terre dei Malatesta una visita vale la pena di riservarla anche a Verucchio. Il borgo si erge su un colle affacciato sulla vallata del Marecchia, in una bella posizione panoramica. Il mare è poco lontano così come la minuscola Repubblica di San Marino: le sue antiche vestigia medievali abbracciano il monte Titano, un aspro sperone di calcare visibile a chilometri di distanza. Come uno scrigno, Verucchio custodisce diversi monumenti civili e religiosi, che vanno dalla Rocca Malatestiana alla romanica Pieve di San Martino in Rafaneto. A pochissimi chilometri di distanza si trova Montebello di Torriana, nel cui castello si aggirerebbe il fantasma della piccola Azzurrina.

La Rocca di Verucchio, detta “Rocca del Sasso” per la sua posizione sullo sperone roccioso che domina il paese, la valle e la pianura fino al mare Adriatico, è possedimento malatestiano dal XII secolo, le cui tracce più antiche sono visibili nei sotterranei. Qui nacque Malatesta da Verucchio detto il “Centenario”, che Dante cita nell’Inferno della sua Commedia come Mastin Vecchio, condottiero e conquistatore di terre e città, poi apprezzato governatore di Rimini dove, dal 1295, la Signoria svilupperà il suo potere pur mantenendo Verucchio quale presidio strategico e baluardo contro la signoria avversa dei Montefeltro. Anche per questo la Rocca fu ampliata nel 1449 dal più importante dei rappresentanti dei Malatesta, Sigismondo Pandolfo. È interamente visitabile. Ora è sede di convegni, eventi culturali, spettacoli ed esposizioni.

Una visita obbligata la merita il Museo Civico Archeolo.  Il museo conserva reperti assolutamente unici per raffinatezza e gradi di conservazione, riemersi dalle necropoli verucchiesi di epoca villanoviana-etrusca (IX al XVII secolo a.C.). Nelle sale allestite su tre piani sono visibili i reperti dagli scavi locali, le armi dei guerrieri, il vasellame rituale, i resti dei carri in legno parzialmente combustibili sulle pire, i favolosi gioielli in oro e in ambra, gli strumenti di filatura delle donne e, soprattutto, straordinariamente conservati grazie alla particolare conformazione chimico-fisica del terreno di Verucchio, i mobili in legno che arredavano le tombe “a camera” di tipo etrusco, come il celeberrimo trono intagliato dalla tomba “Lippi 89” e gli ampi lacerti di abiti in lana dei quali sono ancora visibili i colori.

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